Stipendi futuri usati per compensare un debito: cosa ha deciso la Cassazione

Un debito già esistente può essere compensato con crediti futuri? Per la Cassazione sì, quando esiste uno specifico accordo tra le parti.

È quanto emerge dall’ordinanza n. 24617 del 12 agosto 2026 della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, relativa alla controversia tra una lavoratrice e lo studio legale associato presso cui lavorava.

La decisione chiarisce che un pactum de compensando può riguardare anche crediti futuri e che il comportamento successivo delle parti può confermare l’esistenza dell’accordo. Nel caso concreto, la lavoratrice aveva continuato a lavorare per circa un anno e mezzo senza ricevere lo stipendio.

La Cassazione, però, non ha riconosciuto un generale diritto a rinunciare preventivamente alla retribuzione o a lavorare gratis: la condotta è stata valutata solo come prova dell’accordo di compensazione.

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Il caso: la lavoratrice chiedeva oltre 94 mila euro

La controversia nasceva da un decreto ingiuntivo ottenuto dalla lavoratrice nei confronti dello studio legale.

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Manuela Rinaldi
Avvocato cassazionista, consigliere e tesoriere del COA Avezzano. Direttore della Scuola Forense della Marsica, è professore a contratto di “Tutela della salute e sicurezza sul lavoro” e “Diritto del lavoro pubblico e privato” presso diversi atenei. Relatore a Convegni e docente di corsi di formazione per aziende e professionisti, è autore di numerose opere monografiche e collettanee.

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L’importo richiesto era pari a 94.310,72 euro, a titolo di differenze retributive, TFR e indennità di mancato preavviso maturati nel corso del rapporto di lavoro.

Lo studio legale aveva però proposto opposizione.

I giudici di merito avevano accertato che, tra il 2014 e il 2015, la lavoratrice si era appropriata indebitamente di somme per un importo complessivo di 108.169,21 euro. Secondo la ricostruzione accolta sia in primo sia in secondo grado, le parti avevano successivamente concordato di considerare quelle somme come anticipazioni delle retribuzioni che la lavoratrice avrebbe maturato in futuro.

Era quindi stato individuato un vero e proprio pactum de compensando: in sostanza, anziché procedere separatamente al pagamento delle future retribuzioni e alla restituzione delle somme dovute dalla lavoratrice, le rispettive poste creditorie sarebbero state progressivamente compensate.

Sulla base di questo accordo, i giudici avevano escluso che alla lavoratrice fossero ancora dovute le differenze retributive richieste con il decreto ingiuntivo.

Si possono compensare anche crediti che ancora non esistono?

Uno dei motivi del ricorso in Cassazione riguardava precisamente questo aspetto.

La lavoratrice contestava la possibilità di operare una compensazione volontaria quando uno dei due crediti – nel caso specifico quello relativo alle future retribuzioni – non era ancora sorto al momento dell’accordo.

Inoltre, secondo la ricorrente, sarebbe stato necessario determinare prima l’esatto ammontare del credito retributivo e solo successivamente procedere all’eventuale compensazione.

La Cassazione non condivide questa impostazione.

La Corte ricorda infatti che, attraverso la compensazione volontaria, le parti possono non soltanto compensare crediti già esistenti, ma anche fissare preventivamente le condizioni necessarie affinché l’effetto compensativo si produca in futuro.

E tali condizioni possono anche essere diverse rispetto a quelle richieste dalla legge per la compensazione ordinaria.

In sostanza, il fatto che un credito sia futuro non esclude, di per sé, la possibilità di prevederne contrattualmente la successiva compensazione.

Cosa significa nel concreto?

Il punto può essere compreso meglio guardando proprio alla vicenda decisa dalla Cassazione.

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, la lavoratrice aveva un debito nei confronti dello studio per le somme delle quali si era appropriata.

Allo stesso tempo, continuando il rapporto di lavoro, avrebbe maturato mese dopo mese nuovi crediti retributivi.

L’accordo tra le parti avrebbe quindi stabilito, in sostanza, che le retribuzioni future sarebbero state imputate a compensazione del precedente debito, anziché essere materialmente corrisposte alla lavoratrice.

È in questo senso che l’ordinanza parla di compensazione riguardante crediti futuri.

Non significa, dunque, che la prestazione lavorativa futura fosse priva di valore economico o che la lavoratrice non maturasse più alcuna retribuzione. Al contrario, proprio la maturazione del credito retributivo costituiva il presupposto perché quel credito potesse essere utilizzato, secondo l’accordo ricostruito dai giudici, per compensare il debito preesistente.

Perché è importante il fatto che abbia lavorato senza ricevere lo stipendio

Un altro punto centrale della decisione riguarda la prova dell’esistenza del pactum de compensando.

La Corte d’Appello aveva dato particolare rilievo alla condotta successivamente tenuta dalla lavoratrice: da gennaio 2018 a giugno 2019 aveva continuato a svolgere la propria attività senza percepire materialmente la retribuzione, mentre lo studio effettuava i relativi versamenti contributivi.

Secondo i giudici di merito, questo comportamento era coerente con l’esistenza dell’accordo di compensazione.

In altri termini: se il credito retributivo maturava ma lo stipendio non veniva materialmente versato, ciò poteva essere spiegato – secondo la ricostruzione accolta nel giudizio – proprio con il fatto che quelle somme venissero progressivamente imputate al debito della lavoratrice.

La condotta tenuta per circa un anno e mezzo è stata così valutata come un elemento idoneo a confermare l’accordo.

Ed è qui che occorre evitare un equivoco: la decisione non stabilisce in astratto che il semplice fatto di lavorare senza ricevere lo stipendio dimostri sempre l’esistenza di una compensazione.

Nel caso esaminato, quel comportamento è stato valutato insieme agli altri elementi della vicenda e inserito nel complessivo ragionamento probatorio dei giudici.

La Cassazione non può rivalutare liberamente le prove

La lavoratrice aveva contestato proprio questa conclusione, sostenendo che il pactum de compensando non potesse essere considerato provato sulla base del suo comportamento.

La Cassazione ricorda però che la valutazione delle prove e del comportamento delle parti appartiene in primo luogo al giudice di merito.

Non è quindi possibile utilizzare il ricorso per Cassazione per ottenere semplicemente una nuova lettura degli stessi elementi di fatto.

La Corte d’Appello aveva ritenuto particolarmente significativo il fatto che la lavoratrice avesse continuato per un periodo prolungato a prestare attività senza ricevere materialmente gli stipendi, considerandolo compatibile con l’accordo compensativo.

La Cassazione ha ritenuto che questa valutazione non potesse essere nuovamente riesaminata nel merito.

Il ruolo delle presunzioni

La ricorrente aveva inoltre sostenuto che il comportamento tenuto nel corso del rapporto non possedesse i requisiti di gravità, precisione e concordanza necessari per fondare una presunzione ai sensi dell’art. 2729 c.c.

Anche su questo punto la Suprema Corte ricorda i limiti del giudizio di legittimità.

Spetta al giudice di merito individuare i fatti sui quali fondare il ragionamento presuntivo e valutarne gravità, precisione e concordanza. La Cassazione può intervenire quando tali requisiti siano stati applicati in maniera giuridicamente errata, ma non può sostituire alla valutazione compiuta dal giudice una propria diversa ricostruzione dei fatti.

Nel caso concreto, secondo la Corte, la censura mirava essenzialmente a sostenere che il comportamento della lavoratrice avrebbe dovuto essere interpretato in maniera diversa.

Una richiesta che si traduceva in una nuova valutazione della quaestio facti e che, pertanto, è stata dichiarata inammissibile.

Crediti futuri e compensazione: cosa chiarisce la Cassazione

Il principio di maggiore interesse dell’ordinanza può quindi essere riassunto in questi termini:

Con un accordo di compensazione volontaria le parti possono non soltanto compensare crediti già esistenti, ma anche stabilire in anticipo le condizioni affinché crediti che sorgeranno successivamente vengano destinati alla compensazione di un debito.

Nel caso esaminato, questo meccanismo aveva interessato crediti retributivi destinati a maturare durante la prosecuzione del rapporto di lavoro.

Il fatto che la lavoratrice avesse poi continuato a svolgere la propria attività senza ricevere materialmente lo stipendio è stato utilizzato dai giudici come elemento probatorio a sostegno dell’esistenza dell’accordo.

Ma il passaggio non va rovesciato: non è il “lavorare gratis” a costituire il principio affermato dalla Cassazione. Il punto è che il credito retributivo, pur maturando, secondo l’accordo ricostruito nel processo veniva utilizzato per estinguere progressivamente il precedente debito.

Come è finita la causa

La Cassazione ha quindi respinto il ricorso principale della lavoratrice.

È stato rigettato anche il ricorso incidentale dello studio legale, che aveva avanzato ulteriori contestazioni relative ai rapporti economici tra le parti.

In ragione della reciproca soccombenza, la Corte ha infine disposto la compensazione integrale delle spese del giudizio di Cassazione.

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