Mancata assunzione nella PA: quando spetta il risarcimento

La Cassazione, con l’ordinanza n. 18726/2026, ha precisato che il danno da mancata o ritardata assunzione nella pubblica amministrazione può comprendere anche le differenze economiche subite dal lavoratore per effetto della tardiva stabilizzazione, se vi è una concreta perdita patrimoniale. Per approfondimenti, segnaliamo il volume “Il nuovo processo del lavoro dopo la Riforma Cartabia”, acquistabile sia su Shop Maggioli che su Amazon.

Il nuovo processo del lavoro dopo la Riforma Cartabia

Il nuovo processo del lavoro dopo la Riforma Cartabia

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Manuela Rinaldi
Avvocato cassazionista, consigliere e tesoriere del COA Avezzano. Direttore della Scuola Forense della Marsica, è professore a contratto di “Tutela della salute e sicurezza sul lavoro” e “Diritto del lavoro pubblico e privato” presso diversi atenei. Relatore a Convegni e docente di corsi di formazione per aziende e professionisti, è autore di numerose opere monografiche e collettanee.

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Il caso: stabilizzazione LSU e differenze economiche

La controversia nasceva dalla partecipazione di un lavoratore socialmente utile a una procedura selettiva indetta da un’amministrazione comunale per la stabilizzazione di alcuni LSU. La selezione era finalizzata alla costituzione di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa a tempo indeterminato.

Secondo il lavoratore, l’amministrazione lo aveva illegittimamente escluso da una graduatoria e collocato in posizione non utile nell’altra. Tale situazione aveva determinato la sua pretermissione rispetto ad altri candidati successivamente stabilizzati. Per questo motivo chiedeva l’accertamento del proprio diritto alla stabilizzazione con decorrenza retroattiva e la condanna dell’ente al risarcimento del danno. Il pregiudizio veniva quantificato nella differenza tra quanto percepito come LSU e quanto avrebbe percepito se fosse stato stabilizzato tempestivamente.

Il giudice di primo grado accoglieva la domanda. Riconosceva il diritto alla stabilizzazione e liquidava il danno in misura corrispondente alle differenze economiche tra il trattamento effettivamente percepito e quello spettante in caso di immediata stabilizzazione.

La Corte d’appello confermava l’accertamento relativo al diritto del lavoratore. Tuttavia riformava la decisione nella parte risarcitoria. Secondo il giudice di secondo grado, infatti, non spettava un risarcimento parametrato alle differenze retributive. Doveva invece trovare applicazione, in via analogica, il principio elaborato in materia di tardiva assunzione nel pubblico impiego contrattualizzato.

Il limite del richiamo alla tardiva assunzione

La Cassazione ha ritenuto non corretta l’applicazione analogica del principio relativo alla tardiva costituzione del rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze della pubblica amministrazione.

In quella diversa ipotesi, il lavoratore, pur avendo ottenuto la retrodatazione giuridica dell’assunzione, non può pretendere automaticamente le retribuzioni relative al periodo antecedente alla costituzione effettiva del rapporto. Le retribuzioni, infatti, presuppongono l’esistenza del sinallagma tra prestazione lavorativa e controprestazione datoriale.

Tale regola, tuttavia, non è stata ritenuta pertinente rispetto alla vicenda esaminata. Nel caso sottoposto alla Corte, non vi era una mera assunzione tardiva in assenza di attività lavorativa intermedia, ma una situazione diversa: il lavoratore aveva continuato a prestare attività, ricevendo però un trattamento economico inferiore rispetto a quello che sarebbe derivato dalla corretta e tempestiva stabilizzazione.

La differenza non è solo descrittiva, ma incide sulla qualificazione del pregiudizio. Quando il lavoratore resta inattivo prima dell’assunzione, il tema riguarda la perdita delle retribuzioni in assenza di prestazione. Quando, invece, il lavoratore continua a rendere attività ma viene remunerato a condizioni peggiori, il danno patrimoniale può consistere proprio nello scarto economico tra il trattamento percepito e quello che avrebbe dovuto ricevere.

Il danno risarcibile non si esaurisce nei costi secondari

La Corte ha richiamato il principio secondo cui chi chiede il risarcimento per mancata assunzione deve provare il danno e dimostrare i presupposti della mora della controparte nell’adempimento dell’obbligo di assunzione.

Il danno può assumere forme diverse: può consistere nelle spese sostenute per cercare altre opportunità lavorative, derivare dalle conseguenze patrimoniali o non patrimoniali della mancata tempestiva occupazione, oppure coincidere con le somme che il lavoratore avrebbe percepito se l’amministrazione avesse adempiuto correttamente ai propri obblighi.

La Cassazione ha precisato che il pregiudizio economico può sussistere anche quando il lavoratore non sia rimasto senza occupazione, essendo sufficiente che abbia lavorato a condizioni meno favorevoli rispetto a quelle che avrebbe ottenuto con una tempestiva immissione nel rapporto. In questo caso, il danno non coincide con retribuzioni dovute in senso stretto, ma integra una perdita patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art. 2043 c.c., causata dalla condotta illegittima dell’amministrazione.

Per questo motivo, il giudice non può respingere la domanda risarcitoria solo perché il rapporto non era stato ancora formalmente costituito nelle forme corrette, dovendo invece verificare se l’illegittima esclusione o il ritardo nella stabilizzazione abbiano prodotto una concreta perdita economica.

Il rilievo dell’attività lavorativa prestata a condizioni deteriori

Il punto centrale dell’ordinanza è la distinzione tra mancata assunzione senza attività lavorativa e prosecuzione dell’attività a condizioni economiche peggiori.

Nel caso esaminato, la Corte ha rilevato che il lavoratore aveva continuato a prestare attività ricevendo un trattamento economico meno favorevole fino alla pronuncia giudiziale. Questa circostanza integra un danno patrimoniale risarcibile, una volta accertata l’illegittimità della condotta dell’amministrazione.

Spetterà, quindi, al giudice del rinvio quantificare il danno applicando i principi indicati dalla Cassazione. Dovrà inoltre valutare l’eventuale rilevanza dell’aliunde perceptum, cioè delle somme o utilità economiche che il lavoratore abbia percepito nello stesso periodo.

Esito della decisione e conclusioni

La Cassazione ha dichiarato inammissibile il primo motivo di ricorso e accolto il secondo, ritenendo errata l’esclusione del danno commisurato alle minori somme percepite dal lavoratore. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d’appello per la quantificazione del danno.

In conclusione:

In materia di pubblico impiego, il danno da mancata o ritardata assunzione, conseguente a illegittima condotta dell’amministrazione, non è limitato ai soli costi secondari, ma può comprendere anche il pregiudizio patrimoniale derivante dallo svolgimento di attività lavorativa a condizioni economiche meno favorevoli rispetto a quelle che sarebbero spettate in caso di tempestivo adempimento dell’obbligo di assunzione o stabilizzazione, salva la verifica dell’aliunde perceptum.

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