WhatsApp: il valore legale dei messaggi in chat nel processo civile. La giurisprudenza

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Con la diffusione delle nuove tecnologie e degli smartphone, ormai chiunque conosce e utilizza WhatsApp, l’applicazione di messaggistica gratuita più diffusa al mondo.

Come noto, questo strumento permette agli utenti di inviare e ricevere chat e messaggi vocali in modo incredibilmente intuitivo ed immediato.

Ma che valore legale hanno i messaggi spediti e ricevuti via WhatsApp?

Le conversazioni contenute nella chat e le note vocali, salvate nella memoria dello smartphone, possono avere valore probatorio in un processo nei confronti di chi le ha inviate?

Tali interrogativi d’interesse sempre più frequente e particolarmente delicati, anche considerando la leggerezza con cui spesso viene utilizzata questa app così potente, sono stati affrontati dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, sia in materia civile che penale.

Ecco dunque un’approfondita rassegna di sentenze utili per approfondire la questione e comprendere meglio se le le conversazioni contenute su WhatsApp possono avere valore di prova in un processo civile.

Alla fine dell’articolo, è inoltre disponibile una guida sintetica per chiarire in che modo possono essere correttamente prodotti in giudizio i messaggi e le note vocali in questione.

La guida è completamente gratuita ed è disponibile a tutti: in cambio del nostro sforzo, ti chiediamo solo di cliccare sul +1 qui sotto. Grazie infinite!

I messaggi WhatsApp sono documenti informatici

Nel nostro ordinamento vige il cd. principio di tipicità dei mezzi di prova, in base al quale possono avere accesso nel processo civile soltanto le prove espressamente previste e disciplinate dalla legge.

Per quel che ci interessa, l’art. 2712 c.c. prevede che le riproduzioni meccaniche, fotografiche, informatiche (CAD) o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime.

L’art. 2719 c.c. dispone inoltre che le copie fotografiche di scritture hanno la stessa efficacia delle autentiche, se la loro conformità con l’originale è attestata da pubblico ufficiale competente ovvero non è espressamente disconosciuta.

Proprio partendo da tali disposizioni, la Cassazione aveva già riconosciuto pieno valore probatorio per gli SMS e per le immagini contenute negli MMS, ritenute “elementi di prova” integrabili con altri elementi anche in caso di contestazione (Cass. Civ. 11/5/05 n. 9884), chiarendo peraltro che in caso di disconoscimento della “fedeltà” del documento all’originale, rientrerebbe nei poteri del Giudice accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni (Cass. 26/01/2000 n. 866, ex multis).

Allo stesso modo, tali disposizioni normative sono state invocate con riguardo ai messaggi WhatsApp ai quali peraltro, costituendo documenti informatici (ormai equiparati ai documenti tradizionali ai sensi della L. 40/08) a tutti gli effetti, si applicano tutte le norme in materia presenti nel nostro ordinamento.

Ciò chiarito, ecco dunque le principali sentenze in materia civile riguardanti il valore probatorio delle conversazioni intrattenute virtualmente in una chat WhatsApp.



Il valore delle trascrizioni dei messaggi WhatsApp

(Trib. Milano Sez. lavoro, Sent., 24.10.2017)

In primo luogo, si rileva che la trascrizione dei messaggi WhatsApp è inutilizzabile e non può essere considerata congrua prova senza la produzione dei supporti informatici contenenti le conversazioni.

In caso di contestazione specifica e disconoscimento formale di tali messaggi, per valutare la veridicità di quanto asserito e verificare la corrispondenza della documentazione prodotta ai messaggi effettivamente inviati e contenuti nell’app in questione, il Giudice può infatti disporre un’apposita consulenza tecnica d’ufficio.

Ma in assenza dei supporti informatici (ad es. gli smartphone o il pc, in caso di WhatsApp Web) nei quali sono contenute le conversazioni in chat, non è possibile conferire ad esse valore probatorio, neppure attraverso un ordine di produzione che, in considerazione delle preclusioni processuali, avrebbe natura esplorativa e surrogatoria di oneri processuali di parte non assolti.

Nel caso in esame, una lavoratrice aveva ricevuto una contestazione disciplinare per aver intrattenuto conversazioni gravemente lesive dell’attività aziendale in una chat WhatsApp a cui partecipavano anche altre colleghe.

Tali conversazioni WhatsApp erano state rinvenute sul telefono aziendale di una collega dopo il suo licenziamento da parte del datore di lavoro il quale, grazie ad un backup del cellulare aziendale, aveva avuto modo di apprendere che anche altre dipendenti, tra cui la ricorrente, sceglievano ed inviavano risorse per nuocere all’azienda sul piano economico e dell’immagine, e boicottavano l’attività d’impresa, pregiudicando la riuscita di determinati eventi o ostacolando l’attività dei colleghi.

In giudizio sono stati tuttavia prodotti soltanto gli stralci di tali conversazioni via chat: considerato che le stampe dei messaggi prodotti sono state espressamente contestate dalla ricorrente e che non sono state dunque utilizzabili come mezzo di prova, è risultata dimostrata l’insussistenza del fatto contestato.

Alla stessa conclusione è giunto il medesimo Tribunale di Milano in un altro giudizio, nel quale sono state considerate prive di qualsiasi valore probatorio le conversazioni WhatsApp e Sms estratte dall’utenza telefonica e prodotte con trascrizioni su fogli Word (Trib. Milano Sez. lavoro, Sent., 06.06.2017).



Il licenziamento scritto intimato via WhatsApp

(Trib. Catania Sez. lavoro Ordinanza, 27.06.2017)

Cosa accade se il datore di lavoro intima il licenziamento utilizzando WhatsApp?

In tema di forma scritta del licenziamento prescritta a pena di inefficacia non sussiste per il datore di lavoro l’onere di adoperare formule sacramentali, potendo, la volontà di licenziare essere comunicata al lavoratore anche in forma indiretta purché chiara (Cass., civ. sez. lav., 13 agosto 2007, n. 17652).

Partendo da tale circostanza, il Tribunale di Catania ha ritenuto che il recesso intimato a mezzo WhatsApp assolva l’onere della forma scritta trattandosi di documento informatico che parte ricorrente ha con certezza imputato al datore di lavoro, tanto da provvedere a formulare tempestiva impugnazione stragiudiziale.

Inoltre, considerato che la legge, nel prevedere che il licenziamento debba essere intimato per iscritto, non specifica quale mezzo debba essere usato, ma solamente che sussista la prova che la comunicazione sia arrivata al destinatario, WhatsApp deve considerarsi uno strumento valido a tutti gli effetti.

Grazie agli ultimi aggiornamenti, è infatti possibile verificare che il messaggio sia stato consegnato e letto dal destinatario: come noto, sul telefono di chi scrive, a fianco al testo, è infatti visibile

  • una spunta verde nel momento in cui il messaggio sia stato inviato,
  • due spunte verdi nel momento in cui il messaggio sia stato consegnato
  • 2 spunte blu nel momento in cui il messaggio sia stato letto.

e tale riscontro è peraltro completo della data e dell’ora di ricezione e lettura.

Il messaggio inviato via WhatsApp è stato pertanto considerato un documento informatico che, laddove ricevuto, ha piena validità di prova, a maggior ragione se il dipendente impugna il licenziamento cosi avvenuto nel caso in esame, dimostrando in modo inequivocabile di aver ricevuto e di aver imputato il messaggio con certezza al datore di lavoro.



Offendere il datore di lavoro in un gruppo WhatsApp

(Trib. Milano Sez. lavoro, Sent., 30.05.2017)

La creazione di un gruppo WhatsApp nel quale i colleghi di lavoro offendano e denigrino tra loro il comune datore, può essere ritenuta una giusta causa di licenziamento?

Nel caso di specie il licenziamento è stato ritenuto sorretto da una giusta causa di recesso, rilevante ai sensi dell’art. 2119 c.c., considerato che il ricorrente, attraverso la creazione, condivisa con i colleghi di lavoro, di un gruppo WhatsApp intitolato al proprio superiore gerarchico “ha intenzionalmente posto in essere una condotta volta a denigrare il proprio responsabile di lavoro, da lui apostrofato con epiteti palesemente e pacificamente offensivi e denigratori, sicuramente idonei a sminuirne la credibilità e autorevolezza, trattandosi fra l’altro di un gruppo WhatsApp in cui sono esclusivamente presenti dipendenti della resistente e creato in parallelo a quello utilizzato dal datore per comunicare i turni e gli ordini di lavoro“.

Bisogna prestare dunque estrema attenzione ai contenuti dei messaggi inviati via WhatsApp, pur privatamente o in un gruppo costituito soltanto da colleghi della stessa azienda: se infatti vengano prodotte legittimamente in giudizio conversazioni in chat in cui in modo aspramente critico e denigratorio, venga sminuita l’autorevolezza e il potere esercitato dal datore di lavoro, il lavoratore può certamente essere licenziato.

Con la sua condotta egli incide infatti sul buon andamento gestionale e organizzativo della società che, attraverso l’impiego di un responsabile delegittimato davanti ai propri dipendenti, non può evidentemente esercitare le proprie prerogative gestionali e organizzative in maniera corretta e funzionale.



Riconoscimento di un debito via WhatsApp

(Trib. Ravenna sent. 231 del 10.3.2017)

Che valore hanno i messaggi WhatsApp con i quali sia riconosciuto di dover corrispondere una somma di denaro al destinatario?

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Con la sentenza n. 231 del 10.3.2017, il Tribunale di Ravenna ha condannato una donna alla restituzione del denaro che l’ex amante le aveva prestato per acquistare un’auto basandosi sul contenuto di conversazioni intrattenute su WhatsApp e prodotte in giudizio.

Nei messaggi, infatti, la donna si era impegnata a restituire le somme pagate dall’ex amante, versando rate mensili e offrendo servizi di pulizia domestica.

Oltre a quanto rilevato, facendo riferimento alle conversazioni WhatsApp, il Giudice aveva inoltre accertato che tra le parti non c’era stato un rapporto di convivenza more uxorio o di fidanzamento ma che si trattava di una mera relazione amorosa clandestina di poco impegno.

Di conseguenza, la dazione di denaro di una parte all’altra risultante dai messaggi scambiati in una chat di WhatsApp è stata considerata un prestito a tutti gli effetti, dovendosi ritenere escluse le liberalità d’uso, con il conseguente obbligo alla restituzione delle somme.

In altre parole, alla luce della sentenza citata, il messaggio inviato in una chat di WhatsApp con il quale si afferma di avere un debito nei confronti del destinatario equivale ad un riconoscimento del debito stesso ex art 634 c.p.c.

Ne consegue, che deve essere prestata particolare attenzione a quello che si scrive su WhatsApp, giacché le chat restando nella memoria dello Smartphone, possono costituire piena prova dinanzi al Giudice.



La pubblicazione di immagini dei figli minori su WhatsApp

(Tribunale di Mantova, 19 settembre 2017)

Oltre a quanto riferito in materia di obbligazioni e rapporti di lavoro, sembra opportuno aprire una parentesi sulla condivisione di immagini di minori nelle chat WhatsApp.

Sul punto, il Tribunale di Mantova ha recentemente affermato la necessità del consenso di entrambi i genitori (o meglio: che non sussista l’opposizione di uno di essi) per la pubblicazione delle immagini dei figli minori su WhatsApp.

Sul presupposto del carattere potenzialmente pregiudizievole della pubblicazione dell’immagine dei minori sui social network nonché su WhatsApp, è stata inoltre riconosciuta la necessità di provvedere in via d’urgenza al fine di vietare la pubblicazione di nuove immagini e di ordinare la rimozione di quella già postate.

Partendo proprio dal riconoscimento del carattere pregiudizievole di tale comportamento, si potrebbe dunque affermare che anche il genitore non esercente la responsabilità possa rilevare il carattere pregiudizievole rispetto all’interesse del minore, avvalendosi del proprio potere/dovere di vigilanza previsto dall’art. 316 c.c., così come si potrebbe ritenere legittimato ad agire ai sensi dell’art. 337 quater c.c., il genitore cui i figli non siano affidati.

Si ricorda infine che ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., “in caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento”, il Giudice può altresì modificare i provvedimenti relativi all’affidamento dei minori, assumere ulteriori misure tra cui l’ammonimento del genitore inadempiente o la disposizione a carico di quest’ultimo del risarcimento del danno in favore del minore o dell’altro genitore, ed infine condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.



Conclusioni: come produrre conversazioni WhatsApp in giudizio?

Alla luce di tutto quanto affermato, da un esame della giurisprudenza più recente emerge chiaramente che le conversazioni WhatsApp possono avere valore probatorio in un processo civile, anche nel caso in cui vengano contestate dalla parte nei confronti della quale sono state prodotte.

Sembra dunque opportuno concludere con un approfondimento circa la corretta procedura per la loro produzione in giudizio.

Come già rilevato e confermato anche dalla Corte di legittimità (v. Cass. sentenza 49016, sezione Quinta Penale del 25.10.2017), la trascrizione delle conversazioni WhatsApp è utilizzabile ai fini probatori ma è condizionata dall’acquisizione del supporto – telematico o figurativo – contenente la menzionata registrazione. Infatti, la trascrizione non è altro che una riproduzione del contenuto della principale prova di cui pertanto devono essere controllate l’attendibilità, la veridicità e la paternità mediante l’esame diretto del supporto.

Invero la Cassazione non ha specificato espressamente come acquisire i messaggi WhatsApp come prova in un processo, ma ha lasciato intendere che se insieme alle trascrizioni sia depositato il dispositivo elettronico originale, i dati possono essere accettati e utilizzati in giudizio.

Avvenuto il deposito nelle modalità suindicate, lo smartphone o il supporto informatico potranno dunque essere sottoposti alla perizia di un tecnico nominato dal giudice che dovrà verificare che il testo non abbia subito alterazioni.

Oltre a quanto evidenziato, per conferire maggiore valore probatorio ai messaggi e superare qualsiasi possibile contestazione, è altresì possibile munirsi di

  • una relazione tecnica di un consulente informatico
  • una copia conforme ed autenticata dei messaggi Whatsapp a uso legale (inclusi anche SMS, messaggi, chat o gruppi di qualunque altro sistema di Instant Messaging tra cui Telegram, Viber, iMessage, Facebook Messenger o Skype), da depositare in giudizio.

A tale ultimo riguardo, sarà necessario procurarsi un’attestazione di conformità delle trascrizioni o degli screenshot alle conversazioni originali presenti sul supporto informatico esibito, da parte di un notaio o di un altro pubblico ufficiale (come le forze dell’ordine).

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Avvocato del foro di Roma dal 2015. Partner dello Studio Legale Voltaggio, studio specializzato in Diritto Civile, Commerciale e Bancario. Marito e papà di due figli. È fondatore di GiuriCivile.it e direttore della rivista scientifica Giuricivile (ISSN 2532-201X).

4 COMMENTI

  1. Buongionro
    ma se io avessi dei messaggi whatsup, con delle fotografie inviate in data aprile 2017, attestanti delle opere
    se faccio una stampa di detto mesaggio su supporto carteceo e con lo stesso smartphone dove è presente il messaggio, un notaio puo certificare che l’invio di detta fotografia è avvenuto in data aprile 2017 e che lo screenshot ha valore giuridico di autenticità di data??

    • Buonasera Gaia,
      è proprio come dici: secondo quanto rilevato dalla giurisprudenza, puoi dare valore giuridico al messaggio whatsapp se ti procuri un’attestazione di conformità effettuata da parte di un notaio delle trascrizioni o degli screenshot alle conversazioni originali presenti sul supporto informatico esibito.
      Un caro saluto
      Gabriele Voltaggio

  2. Buonasera Avvocato Voltaggio,

    e se il messaggio whatsapp contenete diffamazioni e offese fosse solo una fotocopia che la persona offesa dice di aver ricevuto in forma anonima per posta, questa può essere utilizzata contro la persona di quel messaggio? Siccome esistono anche programmi che possono contraffare i messaggi whatsapp creando copie esattamente uguali agli originali non c’è il rischio che un innocente si possa trovare denunciato per un messaggio che non ha mai scritto e creato da una terza persona? Il supporto telematico originale secondo do me dovrebbe essere sempre messo a disposizione. O sbaglio?

    • Caro Massimo,

      grazie innanzitutto per il commento. Per risponderti, sono d’accordo con te: d’altronde è proprio questo il principio che ha spinto la Cassazione a ritenere necessaria, in ogni caso, l’acquisizione del supporto per poter utilizzare la conversazione.

      Circostanza che comunque potrebbe non bastare: approfondendo la materia, ho scoperto che, proprio come accennavi tu, è addirittura possibile modificare in maniera irreversibile e non dimostrabile un messaggio WhatsApp, inserendovi qualsiasi contenuto possibile. È dunque ipotizzabile che il discorso non sia chiuso e che la prossima giurisprudenza tenga conto di questi aspetti per correggere il suo orientamento in merito.

      Sono sicuro che presto avremo tante pronunce su questa delicata questione da studiare ed esaminare.

      Un caro saluto

      Gabriele

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