Dati di genere e identità di genere: cosa dice il diritto europeo (e perché riguarda tutti)

Il modo in cui il diritto tratta i dati relativi al genere e all’identità di genere sta cambiando rapidamente. Non si tratta più solo di una questione anagrafica, ma di un tema che coinvolge privacy, diritti fondamentali, lavoro, tecnologia e intelligenza artificiale. Per approfondimenti in materia, consigliamo il volume “Donne, dati e algoritmi”, a cura di Selina Zipponi, disponibile su Shop Maggioli e Amazon.

Donne, dati e algoritmi

Donne, dati e algoritmi

Nell’era in cui i dati definiscono identità, opportunità e diritti, le donne restano tra i soggetti potenzialmente più esposti a discriminazioni e nuovi rischi digitali.
Questo volume – il primo nel suo genere in Italia – esplora in modo interdisciplinare e globale il rapporto tra genere, protezione dei dati personali e intelligenza artificiale, offrendo un’analisi su come le tecnologie stiano ridefinendo il concetto stesso di uguaglianza. Dalle normative europee ed extra-UE alla lettura comparata dei sistemi giuridici di Stati Uniti, Asia, Africa, America Latina e Paesi arabi, la Parte I mette in luce come le diverse culture giuridiche proteggono (o trascurano) identità di genere e dati sensibili.
La Parte II affronta il cuore della trasformazione digitale: l’impatto dell’IA e dei bias algoritmici sulla vita delle donne. Assunzioni automatizzate, accesso al credito, medicina di genere, diritti fondamentali: un viaggio dentro le zone d’ombra dei sistemi intelligenti e i loro potenziali rischi sulla parità. La Parte III indaga le forme più contemporanee di potenziale vulnerabilità: dalle app per il ciclo mestruale ai sistemi predittivi utilizzati nei casi di violenza domestica, fino al revenge porn e alla dignità digitale. Scritto da un gruppo multi disciplinare di esperte ed esperti di privacy, tecnologia, gestione del personale e diritti umani, questo libro offre strumenti critici e soluzioni concrete per costruire un futuro digitale veramente inclusivo – o evitare che diventi un nuovo terreno di disuguaglianza.

Selina Zipponi
Avvocata esperta in protezione dei dati personali e AI. Group Data Protection Officer, Global Head of Privacy e Artificial Intelligence Compliance Officer di una società multinazionale nel settore dei software di area medicale e Chair della Digital Health Committee di COCIR. È componente del Board di
Data Intermediaries Alliance e Fellow dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati (IIP). Autrice e curatrice di volumi su diritto dei dati e compliance.
Docente in corsi e master in materia di compliance integrata, protezione dei dati personali, ricerca scientifica e diritto dei dati. È co-fondatrice e membro del comitato direttivo dell’associazione Privacy She-Leaders.

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Selina Zipponi, 2026, Maggioli Editore
23.00 € 21.85 €

Il genere nei dati personali: un vuoto normativo solo apparente

Il GDPR non menziona espressamente il “genere” tra le categorie di dati personali. L’articolo 9 si limita a tutelare dati sensibili come quelli relativi alla vita sessuale o all’orientamento sessuale.

Questo non significa, però, che il dato di genere non sia protetto.

Al contrario, la prassi e le autorità di controllo riconoscono che il genere, e soprattutto l’identità di genere, appartiene alla sfera più intima della persona. Si tratta di un dato strettamente legato alla dignità, alla personalità e all’autodeterminazione individuale.

In altre parole, anche se non è esplicitamente qualificato come “dato particolare”, il dato relativo all’identità di genere richiede tutele rafforzate.

Identità di genere: un dato dinamico, non più solo biologico

Un passaggio centrale riguarda la distinzione tra:

  • genere biologico, tradizionalmente limitato al binomio maschio/femmina;
  • identità di genere, cioè la percezione soggettiva che ogni individuo ha di sé.

Questo secondo dato è:

  • dinamico;
  • personale;
  • influenzato da fattori psicologici, sociali e culturali.

Per il diritto, questo cambia tutto. Non si tratta più di registrare un dato “oggettivo”, ma di trattare un’informazione che evolve nel tempo e che incide direttamente sulla sfera dei diritti fondamentali.

Il ruolo delle Corti europee: dal divieto di discriminazione al diritto all’identità

L’evoluzione più significativa arriva dalla giurisprudenza europea.

Già negli anni ’90, la Corte di giustizia UE ha ampliato il concetto di discriminazione basata sul sesso, includendo anche i casi legati al cambiamento di sesso. Da quel momento, il diritto ha iniziato a considerare l’identità di genere come elemento rilevante ai fini della tutela.

Un passaggio decisivo si è avuto con la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha riconosciuto il diritto all’identità di genere come parte del diritto alla vita privata.

Il principio è chiaro:
non si può ridurre l’identità di una persona al solo dato biologico.

Dati di genere e GDPR: minimizzazione, necessità e rischio di discriminazione

Le pronunce più recenti mostrano come questi principi si applichino concretamente al trattamento dei dati.

Un esempio riguarda la raccolta obbligatoria del genere per finalità commerciali. La Corte di giustizia ha chiarito che:

  • il trattamento è lecito solo se necessario;
  • non può basarsi su automatismi o prassi generiche;
  • deve rispettare il principio di minimizzazione.

In molti casi, chiedere il genere non è necessario. È possibile utilizzare formule neutre, evitando raccolte di dati inutili e potenzialmente discriminatorie.

Il rischio, infatti, è duplice:

  • errore nella classificazione;
  • discriminazione, soprattutto nei confronti di persone non conformi al modello binario.

Il diritto alla rettifica: identità vissuta e dati registrati

Un altro tema centrale riguarda il diritto alla rettifica dei dati personali.

Le Corti europee hanno chiarito che il dato relativo al genere deve riflettere l’identità reale della persona, non necessariamente quella attribuita alla nascita.

Questo comporta due conseguenze importanti:

  1. l’interessato ha diritto a chiedere la rettifica dei propri dati;
  2. le autorità devono valutare tali richieste in modo proporzionato, senza imporre requisiti eccessivi.

In particolare, non è legittimo subordinare il riconoscimento dell’identità di genere a interventi chirurgici o prove invasive.

Intelligenza artificiale e bias: il rischio nascosto nei dati

Il tema diventa ancora più delicato con l’uso dell’intelligenza artificiale.

I sistemi automatizzati:

  • classificano;
  • profilano;
  • prendono decisioni.

Se alimentati con dati errati o semplificati (come il binarismo di genere), possono generare:

  • errori sistematici;
  • discriminazioni;
  • esclusioni.

Per questo motivo, il legislatore europeo ha qualificato alcuni sistemi di IA come “ad alto rischio”, imponendo obblighi stringenti per prevenire bias e garantire equità.

Conclusioni

Il trattamento dei dati relativi al genere e all’identità di genere non è più una questione tecnica, ma un tema centrale per la tutela dei diritti fondamentali.

Le Corti europee hanno costruito un quadro chiaro:

  • l’identità di genere è un diritto fondamentale;
  • i dati devono riflettere la realtà vissuta dalla persona;
  • il trattamento deve essere necessario, proporzionato e non discriminatorio.

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