
La responsabilità sanitaria continua a rappresentare uno dei settori più dinamici del diritto civile, caratterizzato da un contenzioso in crescita costante e da un’evoluzione giurisprudenziale che mira a definire confini probatori più chiari. Negli ultimi due anni, tre importanti pronunce della Corte di Cassazione hanno tracciato una linea interpretativa innovativa, restituendo centralità al nesso di causalità, ridimensionando il ruolo della dimostrazione puntuale dell’imperizia tecnica e valorizzando, con forza sempre maggiore, le lacune documentali delle strutture sanitarie come elementi utilizzabili in via presuntiva.
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Le pronunce chiave della Cassazione
Le decisioni che segnano questa evoluzione sono l’ordinanza n. 5922/2024, l’ordinanza n. 11224/2024 e l’ordinanza n. 17145/2025. Letti congiuntamente, questi provvedimenti offrono un quadro coerente che incide profondamente sul riparto degli oneri probatori in sede civile.
Il modello tradizionale della responsabilità sanitaria
Il punto di partenza rimane il tradizionale schema derivante dalla natura contrattuale della responsabilità della struttura ospedaliera. Il paziente deve dimostrare l’esistenza del rapporto (contratto di spedalità o contatto sociale qualificato), il danno subito e il nesso causale tra l’attività sanitaria e l’evento lesivo, secondo il criterio civilistico del “più probabile che non”.
Alla struttura spetta invece provare di avere adempiuto diligentemente agli obblighi assunti o che l’esito pregiudizievole è dipeso da un fattore non imputabile. Questo modello, pur rimanendo formalmente invariato, viene arricchito e, di fatto, modificato dalla giurisprudenza recente, che ridefinisce il contenuto concreto della prova gravante sulle parti, soprattutto con riguardo alla causalità, alla rilevanza della cartella clinica e al ruolo delle presunzioni.
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Nesso causale e riduzione dell’onere sul paziente (Cass.5922/2024)
L’ordinanza n. 5922/2024 chiarisce in modo netto che il paziente non è tenuto a individuare con precisione l’errore tecnico compiuto dal medico. La Cassazione afferma che non si può pretendere dal danneggiato la ricostruzione dell’esatto segmento dell’attività sanitaria in cui si sarebbe verificata la violazione della leges artis. È sufficiente che egli dimostri l’esistenza del danno e indichi la condotta sanitaria come causa plausibile dell’evento pregiudizievole. Tale impostazione determina un alleggerimento dell’onere probatorio a carico del paziente e, parallelamente, un rafforzamento della posizione della struttura, chiamata a provare la correttezza dell’intero percorso diagnostico e terapeutico, non più soltanto l’assenza di uno specifico errore puntuale.
Il ruolo centrale della documentazione clinica (Cass.11224/2024)
Il ruolo della documentazione sanitaria viene ulteriormente valorizzato dall’ordinanza n. 11224/2024, la quale riconosce che una cartella clinica incompleta non comporta automaticamente responsabilità, ma costituisce un elemento valutabile ai fini della ricostruzione del nesso causale. Se la documentazione è lacunosa, il giudice può ricorrere a presunzioni e inferenze logiche per colmare i vuoti lasciati dalla struttura. In questo modo la cartella clinica diventa non solo uno strumento necessario di tracciabilità delle cure, ma anche un mezzo di tutela per il paziente, la cui incompletezza può incidere in senso decisivo sull’esito del giudizio.
Le infezioni nosocomiali e l’uso delle presunzioni (Cass. 17145/2025)
Un ulteriore passo in avanti è rappresentato dall’ordinanza n. 17145/2025, dedicata alle infezioni nosocomiali, ambito in cui spesso mancano prove dirette e la ricostruzione dell’origine del contagio è complessa. La Corte stabilisce che il nesso causale tra la degenza e l’infezione può essere provato anche tramite presunzioni semplici, ogniqualvolta la struttura non sia in grado di dimostrare di aver adottato tutte le misure preventive necessarie. Il principio di vicinanza alla prova trova qui la sua massima applicazione: il paziente non ha accesso ai protocolli interni di sterilizzazione, mentre la struttura sì. Se tali protocolli non vengono documentati o provati, la responsabilità può essere imputata alla struttura sulla base di un ragionamento presuntivo coerente e logico.
Conclusioni: un nuovo equilibrio probatorio
Dalle tre sentenze emerge con chiarezza un nuovo sistema probatorio. Il fulcro del giudizio non è più la ricerca del singolo errore medico, bensì la verifica della causalità e della correttezza complessiva del percorso sanitario. La documentazione assume un ruolo centrale: la sua incompletezza diventa un indizio significativo e valutabile dal giudice. Infine, le presunzioni assumono un peso sempre maggiore, soprattutto nei casi in cui la struttura sia l’unica ad avere accesso alle informazioni rilevanti e non riesce a fornirle.
Le conseguenze pratiche di questo nuovo assetto sono evidenti. Per gli avvocati che assistono i pazienti, è fondamentale impostare la domanda risarcitoria concentrandosi sull’aspetto causale, valorizzando ogni lacuna documentale e predisponendo consulenze tecniche tempestive, soprattutto quando si sospettano infezioni nosocomiali. Per le strutture sanitarie, invece, diventa indispensabile una tenuta impeccabile della documentazione clinica e la dimostrazione, altrettanto rigorosa, dell’adozione di protocolli preventivi idonei. La mancata produzione di tali prove può risultare decisiva nel giudizio.
In conclusione, la giurisprudenza del biennio 2024-2025 introduce un modello più moderno e realistico di responsabilità sanitaria, fondato sull’idea che il paziente non debba essere gravato di oneri probatori impossibili o eccessivamente tecnici. Le pronunce richiamate rafforzano la tutela del danneggiato e, parallelamente, spingono le strutture verso una maggiore precisione organizzativa e documentale. L’obiettivo non è penalizzare il medico diligente, ma riequilibrare i rapporti tra le parti, garantendo un sistema più giusto e funzionale alla tutela del soggetto più vulnerabile.









