
A pochi giorni dalla decisione del Tribunale di Torino e dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Legge Delega italiana sull’intelligenza artificiale, arriva una nuovo caso di condanna per responsabilità aggravata, a seguito di uso improprio dell’AI negli atti difensivi. È il Tribunale di Latina, questa volta, con una sentenza del 23 settembre 2025, ad aver individuato nella scarsa qualità di un ricorso redatto con l’intelligenza artificiale e composto da un coacervo di citazioni normative e giurisprudenziali inconferenti, un elemento sintomatico di mala fede e negligenza, tale da giustificare la condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c.
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Il caso: l’opposizione a un avviso di addebito contributivo
Il caso affrontato dal Tribunale di Latina, in qualità di giudice del lavoro, riguardava un ricorso avente ad oggetto l’accertamento negativo di un credito contributivo portato da un avviso di addebito dell’INPS, per un importo di € 8.493,50. Nel corso del giudizio, erano emerse gravi anomalie con riferimento alla gestione del procedimento da parte dell’avvocato dell’attore.
Il ricorrente, secondo quanto emerso dalla memoria di costituzione del convenuto, aveva, infatti, presentato la stessa domanda in un altro procedimento pendente dinanzi al medesimo Tribunale. La parte attrice, inoltre, aveva depositato note di trattazione scritta ex art. 127 ter c.p.c., già il giorno successivo al decreto di fissazione dell’udienza, quindi prima ancora della notifica del ricorso e della costituzione della controparte, scegliendo, quindi, di “non prendere posizione in relazione alle difese ed alla documentazione prodotta dal convenuto”.
La giudice, al fine di chiarire tale contegno processuale e comprendere le ragioni della duplicazione dei giudizi, aveva più volte disposto la comparizione personale della parte ricorrente e del difensore, ma quest’ultimo non si era mai presentato personalmente.
L’infondatezza del ricorso nel merito e la condanna per responsabilità aggravata
Il Tribunale, nel merito, ha dichiarato la domanda manifestamente infondata: la documentazione in atti, in alcun modo contestata dal ricorrente, attestava la regolare notifica dell’avviso di addebito e la successiva prescrizione risultava validamente interrotta dall’intimazione di pagamento impugnata. Il procedimento duplicato, poi, si era concluso con declaratoria di inammissibilità. La decisione è stata redatta ai sensi dell’art. 429 c.p.c., con motivazione semplificata ex art. 132, n. 4, c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c., facendo applicazione del criterio della “ragione più liquida”.
La giudice, inoltre, ha ritenuto che sussistessero i presupposti della responsabilità aggravata ex art. 96 comma 3 c.p.c. Si legge, infatti, nella sentenza:
«Il ricorso giudiziario – così come tutti gli altri centinaia di giudizi patrocinati dal medesimo difensore, tutti redatti a stampone – risulta evidentemente redatto con strumenti di intelligenza artificiale; tanto è evidente non solo dalla gestione del procedimento (deposito di note ex art. 127 ter c.p.c. il giorno successivo al deposito del decreto di fissazione di udienza) ma soprattutto dalla scarsa qualità degli scritti difensivi e dalla totale mancanza di pertinenza o rilevanza degli argomenti utilizzati; l’atto è infatti composto da un coacervo di citazioni normative e giurisprudenziali astratte, prive di ordine logico ed in gran parte inconferenti rispetto al thema decidendum ed, in ogni caso, tutte manifestamente infondate. In questa situazione, si giustifica una condanna ex art. 96 comma 3 c.p.c.».
Il Tribunale di Latina, quindi, a seguito della gestione anomala del procedimento da parte del difensore, dell’uso dell’AI nella redazione del ricorso contenente citazioni inconferenti (così come negli altri giudizi patrocinati dal medesimo avvocato), e del fatto che il ricorrente non avesse preso posizione rispetto alle difese della controparte, ha qualificato l’azione come introdotta in malafede o con grave negligenza, condannando al pagamento di somme sia in favore della controparte che della cassa delle ammende.
Essere “bravi avvocati” nell’era dell’intelligenza artificiale: cosa significa?
Si susseguono le condanne per responsabilità aggravata a causa di un uso improprio dell’AI negli atti difensivi: la questione è particolarmente interessante, anche perché si tratta dei primi casi in Italia in cui la giurisprudenza si confronta con le conseguenze concrete dell’impiego dell’intelligenza artificiale nel settore legale.
Non si può rimanere inerti di fronte al cambiamento e far finta che l’AI sia appannaggio esclusivo di esperti informatici e programmatori. L’intelligenza artificiale funge da supporto al lavoro quotidiano di tanti avvocati che la utilizzano per scopi diversi. Ecco perché la formazione finalizzata a farne un uso responsabile è ormai diventata un’esigenza, più che una scelta.
Se si crede, tuttavia, di poter affidare alla macchina l’incarico principale, ossia quello di difendere il cliente, allora è giusto che l’avvocato paghi le conseguenze del suo “non lavoro”. Certamente l’AI, nel tempo, sarà in grado di fornire risposte sempre più precise, ma se ci si abitua a “delegare”, si finirà col non pensare nemmeno più.
E allora cosa significa essere un “bravo avvocato” nell’era dell’intelligenza artificiale? Vuol dire non subire il cambiamento, ma dominarlo, conoscere le norme che regolano la materia, formarsi, restando però sempre consapevoli del proprio ruolo professionale.










